Matteo Santini



VENEZIA



vi sono nato poco più di una quarantina di anni fa, luogo dove ho sempre vissuto, studiato e lavorato. Ne studi ne lavoro sono però attinenti alla passione per la fotografia che tra alti e bassi è stata una costante nella mia vita.

Dai primi tentativi adolescenziali di usare la mitica Kodak Retina per conquistare le ragazze e portarle a scoprire i segreti dei nitrati d’argento in camera oscura, alle più versatili macchine digitali ultramoderne, ho sempre creduto nell’importanza della fotografia come arte, nella sua capacità intrinseca di fermare le emozioni.

Essendo autodidatta e privo esperienza ho affrontato i temi più svariati e sperimentato tecniche diverse, ma alla fine mi sono accorto che scatto solo se provo qualche sensazione per ciò che vedo, se posso tentare modestamente di raccontare una suggestione.


La prova più difficile e affascinante è quella di affrontare la mia città. Città che, come la maggior parte dei suoi residenti, ho amato-odiato-amato all’infinito. È un posto stregato che ti fa sentire un eletto solo per il fatto di poterci vivere e di poter dire: “sono di Venezia, abito vicino a Piazza San Marco”.
Allo stesso tempo è una città che ti condanna a morte, che non ti fa volare, che ti imprigiona tra i limiti dei suoi stereotipi, delle sue mancanze, delle sue contraddizioni. Vieni coinvolto nell’affannoso tentativo di sfruttarla, di stuprarla per ottenerne un profitto, quasi a vendicarsi della sua bellezza, della sua resistenza a tutto e a tutti, della sua immortalità.
Mi fa sentire con un piede sulla barca e uno sul molo, in bilico sul baratro con il rischio di cadere tra scafo e pontile e rimare schiacciato.

Mi sono chiesto allora come dovesse essere la “mia” Venezia, perché di sicuro ne esiste una per ciascuno di noi e in che modo potessi esprimere ciò che “masegni” e onde mi sussurrano alla mente. Mi sono ricordato di Henri Cartier-Bresson: “Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento” e ho provato a tradurre emozioni e pensieri in fotogrammi.


L’ho spesso vista allegra e caciarona, sgargiante come i colori delle case di Burano. Me la sono sentita pesare sulla schiena con i suoi misteri e le sue tristezze come gli scorci notturni illuminati da fievoli lampioni. Mi sono incantato ed emozionato a giocare con le sue luci e i suoi tempi dilatati che ho cercato di tradurre in foto dall’aspetto quasi surreale.

Insomma, come si può capire, al di là di tutti i soggetti che posso aver fotografato e che fotograferò, Venezia ce l’ho nel sangue, fa parte del mio dna e non posso che accettare la sfida che l’anima di questa città mi lancia quotidianamente. Scoprirne, con discrezione, un pezzettino per volta, come le gambe di una bella donna: io sono ancora alla caviglia….

Matteo Santini

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